* Questo testo riassume e riprende molte considerazioni inserite nell’articolo di Memoli M., Cattedra R. (2014), “Un contre-lieu d'urbanité marginale. L'exemple du quartier de Sant'Elia (Cagliari)", in Semmoud N., Florin B., Legros O., Troin F., Marges urbaines et néolibéralisme en Méditerranée, Tours, PUFR, pp. 125-144.

Quartiere margine

Sant’Elia è, sin dalla sua nascita, “il quartiere-margine”, lo spazio sensibile, a rischio, pericoloso e difficile della città. Il suo isolamento geografico quasi conferma la “diversità” sociale della sua comunità storicamente composta da famiglie assegnatarie di alloggi di edilizia pubblica. In maniera un po’ sempre discriminatoria la comunità di residenti è stata considerata spesso come formata in maniera compatta e omogenea da uno strato sociale “difficile” in grado di esprimere soprattutto bisogni primari e comportamenti reprimibili.

Localizzato fra le pendici del colle di Sant’Ignazio ad est, il mare a sud e ad ovest, circondato da insediamenti militari e da caserme, separato dal resto del tessuto urbano verso nord-ovest da infrastrutture pubbliche imponenti, e a nord da una strada a scorrimento veloce, Sant’Elia conta appena due vie di accesso e la separazione fisica dal resto della città è causa evidente quanto determinante della consapevolezza di trovarsi al margine della città di Cagliari.

Sembravano dei grattacieli...

Margine quartiere

Ma Sant’Elia non è solamente margine-sociale e geografico, il quartiere si compone anche della singolare composizione del suo sito che mescola la dolcezza romantica del borgo vecchio con le forme squadrate e moderniste del suo edificato in molte parti degradato, la brillantezza del mare e la pacata sonnolenza del monte alle sue spalle. Sant’Elia è la forma della sua vita quotidiana vivace, comunitaria e che integra, risana e diluisce le difficoltà di un contesto economico e sociale sintetizzato da alti tassi di disoccupazione, di reati, di bassa scolarizzazione ecc. Nel bene e nel male, Sant’Elia è uno spazio emblematico, conflittuale e contrastivo, sintesi della matrice popolare appoggiata alla bellezza esaltante della natura squisitamente urbana; è lo spazio simbolo della rigida durezza dei suoi grandi palazzoni in cemento armato che pure non cancella la cortese familiarità del borgo più antico; è il luogo di emersione della frattura invariabile tra la vita quotidiana della società cittadina e la complessità delle politiche sociali e urbane. Anche per agevolare la comprensione delle altre parti di questo web-documentario, riassumiamo rapidamente la storia (anche urbanistica) di un quartiere famoso e famigerato, amato e temuto, oggetto del desiderio quanto soggetto della diffidenza da parte dei cagliaritani e non solo.

Foto riprese da “Amici a cui piace Borgo Sant’Elia

La fondazione

Cagliari esce dalla Seconda guerra mondiale profondamente ferita dai bombardamenti alleati. La città è segnata nella sua struttura e nella sua società: diversi quartieri sono distrutti e numerosi sono i baraccamenti. Come in tante altre città europee, anche a Cagliari si presentano i problemi legati alla ricostruzione: al ritorno degli sfollati si sommano coloro che hanno perso la casa e i nuovi migranti che dalle campagne in crisi muovono verso la città. Ricostruzione, speranze, ma anche crescita economica, speculazione fondiaria e immobiliare compongono un quadro critico e instabile.

Gli spazi urbani sono occupati abusivamente un po’ dappertutto e, in particolare, nelle aree periurbane in prossimità della penisola orientale di Sant’Elia. Alcune famiglie trovano rifugio nelle grotte sui colli di Bonaria e di Sant’Ignazio; un gruppo nutrito di senza casa occupa l’edificio del Lazzaretto (originario del XVII secolo) in cui già viveva una piccola comunità di pescatori. Ristrutturato nel 1835, il vecchio edificio – che nel corso della sua storia aveva accolto marinari e viaggiatori in quarantena – diventa uno spazio di promiscuità e condizioni precarie, sia dal punto di vista igienico che sociale ed economico.

L’edificazione del primo nucleo abitativo di Sant’Elia negli anni fra il 1951 e 1956, che diventerà in seguito Borgo Vecchio, è dovuta alla necessità di risolvere la questione del Lazzaretto ed è favorita dalla legge nazionale del 1949 INA-Casa. Ma la nascita del Borgo è anche testimonianza delle logiche che governavano la ricostruzione e la ridefinizione dello zoning fondiario della città nel suo insieme. La Sant’Elia urbana nasce come «zona rifugio» dove confinare gli strati più popolari della società cittadina e poter riservare le aree più centrali alla richiesta dei ceti medi per «epurare le aree del centro di un certo tipo di abitanti, demolire i vecchi alloggi e lanciare dei programmi di urbanizzazione intensiva» (Selis, G.M. (1975), Produzione e consumo di sottoproletariato. Un ghetto urbano in Sardegna. Il Borgo S. Elia a Cagliari, Edizioni della Torre, p. 34). Il processo di crescita di Cagliari si combina alla fragilità della normativa urbanistica e ad una visione globale speculativa della pianificazione, espressione di razionalità separatrici, segregative ed esclusive.

Si poteva giocare solo fuoricasa...

Borgo-Periferia

Nei 512 alloggi delle 85 palazzine che formano il Borgo Vecchio trovarono alloggio 470 famiglie (circa 2.350 persone), confinate in una zona semi abbandonata, carente in servizi, priva di scuole, senza vie di circolazione interna né giardini, sprovvista di connessioni adeguate con il resto della città. Le case furono attribuite a famiglie di senzatetto accomunate – secondo un osservatore dell’epoca – dalla loro appartenenza al «sottomondo cittadino [che aveva alimentato] la malavita e la prostituzione in città» (Musio G. (1965), Primi rilievi sulla fisionomia psicosociale del villaggio-satellite del S. Elia in Cagliari a dieci anni dalla sua costruzione, ciclostilato, Cagliari, p. 31). Con la fondazione di Sant’Elia Cagliari si dota di una prima periferia povera che assimila e incorpora le classi del sottoproletariato segregato, anche, sul piano spaziale. Molti “ostacoli urbani” separano e escludono Sant’Elia dal resto della città: le grandi caserme che dividono dai vicini quartieri dalle classi medie; e poi, lo stadio cittadino, il complesso sportivo, la fiera e, ancora più tardi, l’Asse Mediano di scorrimento.

C'erano solo macerie...

Consolidamento e presa di coscienza

Lungo gli anni Settanta si accelera la fase di crescita della città di Cagliari accompagnata dalle crisi di natura sociale ed economica oltre che abitativa. Sono gli anni che porteranno alla nascita di numerosi Comitati di quartiere che rivendicheranno (tra l’altro) l’offerta di servizi e l’edificazione di nuove case popolari per soddisfare una domanda sempre più consistente. Il conflitto politico con i poteri pubblici e i comitati (che spingevano verso l’esproprio delle aree peri-centrali per l’edificazione di nuovi alloggi popolari) si risolverà nell’edificazioni a forma di barra del complesso del Favero (dal nome dell’impresa edile che lo costruì) e completato tra il 1975 e il 1978 in una operazione edilizia di rilievo nazionale, finanziata dalle leggi 167 del 1962 e n. 865 del 1971 istitutive dell’edificazione dei quartieri popolari più emblematici (e problematici) delle città italiane: la Romanina a Roma, Scampia a Napoli, lo Zen di Palermo, ecc.

una prima bozza del profilo di sant’Elia nel prospetto, del 1973, degli ingegneri L . Deplano e G. Sgualdini. Evidente la relazione con l’architettura modernista di Le Corbusier e della Carta di Atene. Fonte: http://urbancenter.eu/2013/03/18/il-piano-citta-per-sant-elia/

C'erano solo macerie...

I palazzoni

Il complesso del Favero, ispirato al modello delle Unités d’habitation di Le Corbusier, è formato da quattordici blocchi posti intorno a tre piazze con i toponomi (poco fantasiosi) delle imprese che li edificarono: Demuro, Falchi e Lao Silesu. I 1.256 alloggi gestititi dall’Istituto Autonomo Case popolari (IACP) furono attribuiti nel 1979 a famiglie di diversa origine: giovani nuclei originari del Borgo Vecchio (circa 1.200 persone), ultimi occupanti dell’edificio del Lazzaretto e nuovi arrivati. La costruzione del Favero rappresenta una trasformazione radicale del quartiere che si può riassumere attraverso tre aspetti: - Lontananza. La distanza fra il Borgo Vecchio e il Favero, di circa 700 metri, rappresenta una seconda frattura per un quartiere già isolato e rende difficili le relazioni di vicinato fra le due entità. - Rischio di dissoluzione della comunità di vicinato. Con l’edificazione di un nuovo complesso abitativo, il quartiere perde la sua unità identitaria, fondata sul nome di Sant’Elia: è chiamato generalmente “il Favero”, all’interno del quartiere sono “I palazzoni” o il “Borgo nuovo”; per molti altri in maniera stigmatizzante diventano il Bronx o la Casbah. - Discontinuità del modello architettonico e abitativo. Il gigantismo architettonico del Favero rappresenta la negazione del modello dei piccoli edifici del Borgo Vecchio e, dal punto di vista paesaggistico e socio-urbanistico, obbliga i residenti a un modo di vita e a un adattamento al labirinto di questa “casbah verticale”.

Planimetria P.E.E.P. Piani per l’Edilizia Economica e Popolare di Sant’Elia – Istituto Autonomo Case Popolari. Fonte: http://urbancenter.eu/2013/03/18/il-piano-citta-per-sant-elia/

Non sono voluti più andare via...

L’espansione

Nel corso dei due decenni Ottanta e Novanta, il quartiere vive una ulteriore fase di espansione e di consolidamento, con l’edificazione di 1.500 nuovi alloggi destinati ad accogliere una popolazione di 6.000 abitanti, distribuiti nei nuovi complessi denominati Le Lame (edificati fra 1984e 1988, per un totale di 433 alloggi), Le Torri (1980-1999, per 460 alloggi) e Gli Anelli (1984-2000 per 342 alloggi). Questa terza fase di crescita importante degli abitanti (da 3.000 a 9.000) consacra il quartiere come lo spazio “problematico” della città, difficile, pericoloso, rischioso… e, contestualmente, produce la maturazione della comunità di Sant’Elia che assume una coscienza collettiva e riconosce gli svantaggi, inconvenienti, i limiti, come i possibili, eventuali vantaggi di abitare un quartiere marginale, costiero, e di rappresentare una componente specifica, radicata e importante della società urbana di Cagliari.

La riqualificazione (1996-2012)

A partire dalla seconda metà del decennio Novanta, l’elaborazione e la l’attuazione di nuovi programmi nazionali e di altre iniziative modificheranno l’approccio degli attori pubblici rispetto agli interventi destinati al quartiere. Si tratta di un approccio che traduce l’evoluzione delle modalità di azione sulle periferie e sull’alloggio popolare in Italia e che avrebbe dovuto avere conseguenze importanti su Sant’Elia, soprattutto nella prospettiva di rottura dell’isolamento e verso una riarticolazione o di “inclusione” del quartiere alla città. La tabella sintetizza le iniziative in sette principali ambiti d’intervento che esplicitano la continuità, l’evoluzione, ma anche la “rottura” dei diversi approcci (vedi tabella). Anche se non è facile ricostruire la periodizzazione di tali interventi, dal momento che la maggior parte di quest’ultimi non sono conclusi o restano “aperti” anche se solo allo stato di progetto. Si tratta d’interventi che, in linea di principio, avrebbero dovuto essere connessi tra loro ma che lo sono solo in parte. In essi si possono leggere due approcci principali: quelli che esplicitano una priorità sociale e “comunitaria”, e quelli che esplicitano una priorità urbanistica.

  Nomi dei programmi Data Operazioni Stato dei lavori
1 European IV
Giubileo del 2000
1996 Impianti per la città (Lazzaretto)
Dare centralità al quartiere
Creare un polo culturale di interconnessione
Progetti in gran parte realizzati
2 Contratto di quartiere I 1997/2000 Programma nazionale sperimentale di riqualificazione di aree urbane degradate Programma parzialmente realizzato, poi interrotto
Contratto di quartiere II 2004/2008 Politiche sociali, sociabilità e nuove forme di aggregazione Ateliers di progetti partecipativi Programma parzialmente realizzato,
non terminato,
in corso
3 Sistemazione del lungomare 2005 Legame spaziale tra città e quartiere Realizzazione di alcune strutture: arena spettacoli, in funzione dal 2012
4 Accordo di programma RAS,
Comune di Cagliari,
Autorità portuale
2005/2006
Concorso internazionale del Museo del Betile
Concorso svolto,
progetto del Betile, abbandonato
5
Azione RAS + AREA
2006 Creazione AREA
Programma urbanistico sociale
(30 milioni €)

Non realizzato
6 Master Plan 2007/2008 Workshops Unica,
Polimi, OMA (Koolhass)
Master Plan elaborato, realizzato solo in parte
7 ZFU 2008 Creazione Zona franca urbana Non realizzata

M. Memoli e R. Cattedra, 2014, op.cit. “Un « contre-lieu » d’urbanité marginale. L’exemple du quartier de Sant’Elia (Cagliari)” in Marges urbaines et néolibéralisme en Méditerranée a cura di B. Florin, O. Legros, N. Semmoud, F. Troin, PUFR Presses Universitaires François Rabelais - Tours.

Un quartiere normale

Abbiamo detto che Sant’Elia può essere considerato come uno spazio di extraterritorialità fondato sulle separazioni fisiche, sociali e simboliche alle quali sommare i codici sociali, le pratiche spaziali e le rappresentazioni comunitarie che in maniera superficiale hanno definito suoi abitanti come “brutti, sporchi e cattivi”, per riprendere l’espressione assai nota del titolo del film di Ettore Scola (1976). In termini interpretativi, il quartiere può essere un “contro-luogo”, una eterotopia che esplicita la “messa al margine” della città rappresentandone il “negativo” urbano (Foucault M., (1994), Eterotopia. Luoghi e non-luoghi metropolitani, Milano, Mimesis). Eppure, una volta entrati, accolti nel quartiere, evidente appare il quotidiano nella sua normalità che contrasta (fragorosamente) con la vacuità dei discorsi diffusi e facili che ne dipingono gli abitanti come perennemente al limite del lecito, conduttori del sovvertimento delle pratiche sociali e economiche ordinarie. Ogni momento della storia del quartiere (fondazione, strutturazione, estensione, riqualificazione, ecc.) è accompagnato da discussioni più o meno conflittuali sulla maniera di risolvere i problemi che, altrettanto usualmente, si concludono con la decisione di intervenirvi con operazioni di “urbanistica positiva” (in altri termini, di aggiungervi alloggi, abitanti, servizi, funzioni, ecc.). In fondo, si tratta del perenne dibattito fra l’idea di trattare lo spazio sociale come un “caso” isolato ed eccezionale, una “città” nella città, abitato e vissuto come tale da una comunità “altra”; e la possibilità di trattarlo come uno spazio sociale incluso nel “progetto della città” o, meglio, dell’agglomerazione metropolitana.